martedì 12 maggio 2015

QUANDO IL VINO VENNE A MANCARE...

QUANDO IL VINO VENNE A MANCARE...

di Giorgio Samorini

La sua sostituzione con l'Amanita muscaria


Durante gli anni 1860-1890 la maggior parte dei vigneti europei fu seriamente minacciata da un insetto parassita, la fillossera, che proveniva dagli Stati Uniti. 

Numerosi vini, frutto della lunga viticoltura europea, scomparvero, e non si trovò infine miglior soluzione di quella di innestare le viti europee su portainnesti di vite americana poiché quest’ultima era invulnerabile al parassita. 

A quei tempi si pensò a un’invasione casuale del parassita dei vigneti europei, ma oggigiorno si sta intuendo che quell’arrivo di fillossera dagli Stati Uniti fu molto probabilmente un atto intenzionale, un atto sporco di guerra commerciale, in definitiva un atto terroristico, alla pari delle coperte sporche di vaiolo distribuite a Comanche, Apache e altre tribù di nativi americani e delle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagashaki...



Fatto sta che per alcuni anni in vaste regioni d’Europa, Italia compresa, il vino diventò un prodotto raro e costoso e ai contadini e ai poveri venne a mancare la droga quotidiana. Vi fu chi cercò di risolvere il problema ottenendo fermentati alcolici da pere, pesche e altra frutta, chi sostituendo il vino con la papagna (papavero da oppio); da queste medesime ricerche di sostituzione furono elaborati i liquori di assenzio ed ebbe origine il fenomeno dell’absintismo. Ma il tentativo più sorprendente fu la sostituzione del vino con l’Amanita muscaria!



Nel 1879 un medico della provincia di Milano, Batista Grassi, viene chiamato d’urgenza presso una famiglia di contadini, poiché un uomo, poco dopo aver terminato il pranzo di mezzodì, dava segni di squilibrio mentale. 
In realtà all’osservazione del medico l’uomo sembrava gioire del suo stato mentale, cantava ed era sorridente, in contrasto con la preoccupazione degli altri membri della famiglia. 

L’uomo informò il dottore che durante il pranzo aveva mangiato un cappello di Amanita muscaria, "dato che era da molto tempo che non riusciva a bere un bicchiere di vino". Aggiunse che i contadini della zona sapevano che questo fungo "fa cantare" e che si raccontavano una vecchia storia di due sposi che, mangiato il fungo durante la notte nuziale, cantarono fino all’alba.

Già di per se questo documento riveste un’importanza eccezionale per l’etnomicologia italiana ed europea, in quanto testimonia la conoscenza tradizionale delle proprietà dell’Amanita muscaria conservatasi sino almeno alla fine del XIX secolo. Ma ancor più eccezionale è ciò che seguì dall’incontro fra il dottor Grassi e l’uomo che si era inebriato con l’Amanita. 

Al medico viene l’idea che questo fungo, così comune nei boschi della sua regione, potrebbe essere effettivamente un economico sostituto del vino. Si cimenta in un paio di autosperimentazioni con il fungo e in un’altra decina di prove lo somministra ad alcuni volontari. In questi esperimenti Grassi assume e fa assumere quantità di agarico secco in diversi momenti della giornata, e non in un’unica dose. Verificata su di se l’innocuità e l’adatto dosaggio del fungo, il medico si reca di volta in volta nelle fattorie vicine presso sue giovani amiche, offrendo loro pallottoline di fungo secco.


Tutte le ragazze hanno reazioni positive e affermano di "sentirsi brille come con il vino, ma più felici". 
Una ragazza di 20 anni sotto effetto del fungo si avvicina al medico e si lascia andare in effusioni amorose, che Grassi sembra gradire; un’altra canta, sorride e non smette di ringraziare il medico per averle dato "così tanta gioia".




(Vi ricorda qualcosa "Alice nel Paese delle Meraviglie"?)

Grassi non sembra porsi scrupoli e far fare l’esperienza con il fungo anche a una ragazzina di 16 anni, che passa tutto il tempo a correre per la casa, esigendo un bacio da chiunque incontra. A un certo punto scappa di casa per recarsi dai vicini e richiedere anche lì un bacio da tutti, e quando vede un suo compagno di scuola, gli si avvinghia al collo e lo bacia con passione. 

Quando il viaggio fungino termina, la ragazzina afferma di aver passato il più bel giorno della sua vita e che "la vita è un immenso bacio". Dopo aver sperimentato il fungo su nove ragazze, Grassi si reca da un muratore di 40 anni che da tempo era afflitto da una crisi depressiva. Gli propina tre pallottoline di fungo, da ingerire una ogni 4 ore. L’uomo diventa di buon umore e gli passano via dalla mente i cattivi pensieri che lo perseguitavano da tempo. 


Il giorno dopo afferma di sentirsi un altro uomo e lo stato depressivo si allontana definitivamente. Nel corso dei suoi esperimenti nelle varie fattorie Grassi propina pallottoline di fungo secco anche a cani, maiali e galline, osservando con soddisfazione che anche gli animali "sembravano più vivaci e più felici sotto effetto del fungo".

Terminati gli esperimenti, Grassi giunse alla conclusione che l’Amanita muscaria produce un’ebbrezza non tossica e che era utilizzabile come sostituto del vino. Fece preparare pallottoline di fungo secco, che furono messe in vendita a basso costo nelle farmacie e consigliò alla popolazione di sopperire alla mancanza di vino ingerendo 2 o 3 pallottoline di fungo durante la giornata. 

Secondo i calcoli eseguiti da Grassi, un fungo di Amanita muscaria di dimensioni medie pesa 150 grammi e 1 grammo di fungo secco equivale a circa 22 grammi di fungo fresco. Purtroppo il medico non specifica se i suoi calcoli si riferiscono al solo cappello del fungo o al fungo intero. Gli studi biochimici moderni hanno dimostrato che il cappello è da 3 a 5 volte più potente del gambo. Le pallottoline di fungo secco confezionate e sperimentate dal medico pesavano 1, 2 o 3 grammi, a seconda che si desiderassero effetti bassi, medi e forti e la "ricetta" di Grassi prevedeva due o tre assunzioni durante la giornata, distanziate 3-4 ore l’una dall’altra.


Grassi pubblicò un resoconto dei suoi esperimenti nel 1880 nella rivista medica Gazzetta degli Ospitali di Milano, dove concludeva esortando i colleghi medici a "insegnare al popolo il grande valore di questo alimento nervoso". 
In questa frase risiede l’aspetto più importante del pensiero e della mentalità non-farmacratica dei medici dell’Ottocento. 

Grassi era allievo di Paolo Mantegazza, uno dei padri fondatori della "Scienza degli alimenti nervosi", cioè della Scienza delle droghe.  Per questi medici l’utilizzo delle droghe era un normale comportamento umano e non è un caso che Mantegazza, definendole "alimenti nervosi", le classifichi fra i generi di alimenti, e la preoccupazione per una conservazione – e non per una negazione – di questo comportamento doveva rientrare nell’etica e nella sfera d’azione della professione medica. 

Grassi si preoccupava della carenza del vino perché era consapevole dell’importanza dell’ebbrezza nella società, e come medico-sciamano (in questo caso il paragone parrebbe appropriato), si preoccupava di trovare come sostituto un altro inebriante; e che inebriante! L’Amanita muscaria! Proprio uno di quei millenari enteogeni di cui i culti proibizionisti imposero la sostituzione con placebo e vino.



fonte: Dolce Vita n°3

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